Via da Las Vegas

Ovvero: perché quello di Las Vegas è un terrorismo ancor più terrificante di quello islamico.

Stavolta a Las Vegas. Un concerto, stavolta country. Un assassino, stavolta non islamico. Il risultato è sempre lo stesso: vite falciate nel pieno svolgimento della nostra missione più importante e, oramai, pericolosa ovvero il divertimento.

Dopo Parigi, Nizza, Bruxelles, Manchester, Londra, Mosca e la carrettata di attacchi in Germania, la nostra mente tratteggia immediatamente il profilo, psicologico ed etnico, del possibile attentatore. Avrà sicuramente il turbante, vuoi che non abbia la barbetta e, figurati, avrà urlato “Allahu akbar” prima di iniziare la sparatoria. Poteva essere così e invece no. Anzi, forse che no.

Ad aprire il fuoco su una folla inerme, ma divertita, dal trentaduesimo piano della sua stanza d’hotel è stato l’americanissimo Stephen Paddock. Talmente poco immigrato da essere addirittura residente in Nevada, stato di cui Las Vegas è lo sbrilluccicante e peccaminoso fiore all’occhiello. Più precisamente nella noiosa, benestante e ben abitata Mesquite, cittadina di ventimila abitanti con tre casinò, hai visto mai che ti cali la fregola del giuoco.

Paddock, sebbene fosse già stato etichettato come squilibratino, non ha alcuna affiliazione né politica né tantomeno religiosa. Lo confermano il fratello, lo sceriffo con gli occhialoni della città e la sua compagna, l’asiatica Mary Lou Danley che ha rischiato di finire imprigionata con l’accusa di complicità. In verità si è subito scoperto che la Danley pomiciava e non confabulava con Paddock. Paddock dato prima come “abbattuto” e solo dopo come “suicida”. Il killer di Las Vegas si sarebbe, infatti, tolto la vita dopo aver ucciso cinquanta fra donne e uomini e averne ferito, forse irrimediabilmente, altre quattrocento. Cadaveri e feriti travolti dal fuggi fuggi scatenatosi durante il Route 91 Harvest Festival. Paura e delirio a Las Vegas, quindi.

Las vegas attack

Eppure le autorità americane rassicurano: “Non è terrorismo!”. Alla faccia. Quanti si possono sentire rassicurati da una simile smentita?

Eppure no. A sentire forze dell’ordine e soloni esperti di attentati, dicesi terrorismo un omicidio, o strage, compiuta in nome di qualcuno o qualcosa. Obiezione valida in conferenza stampa o nelle inconcludenti aule universitarie. Ciò che troppo spesso sfugge è che, durante un attacco terroristico, il movente è solo metà del grattacapo ed è in genere quella che appassiona professori e molti commentatori.

L’altra metà, il terrore, riguarda la gente che rischia grosso. Che rischia grosso andando al cinema, al supermercato e, urca, in metropolitana.

Il terrore, importa assai se provocato da estremisti politici o da fondamentalisti islamici, è ciò che rimane indosso alle persone comuni. È quel rischio che si corre semplicemente campando.

Però, a Las Vegas, emerge qualcosa di ancor più terrificante.

Manca il movente. Manca, per ora, quella scintilla che è scattata in Stephen Paddock prima di architettare la sua ecatombe della domenica sera.

Certo, il cosiddetto Stato Islamico, alludendo ad una folgorante e repentina conversione all’Islam, rivendica con orgoglio la mattanza fatta in Nevada. Daech non è nuovo a rivendicazioni rocambolesche. Tuttavia, anche dando per buona la versione del califfato, stavolta c’è qualche cosina di più. Stavolta ogni ragionamento può finalmente essere scevro da quel piagnisteo che dipinge i terroristi come poverelli emarginati cresciuti in periferie brutte con i palazzoni. Stavolta si può andare al cuore, anzi alle mani della faccenda.

Texas gun market

In America esiste, da tempo, un “terrorismo” reale e potenziale indissolubilmente legato al libero, facile ed ignobile mercimonio di armi leggere e pesanti. Una libertà, quella di possedere pistole e cannoni, tutelata perfino dalla carta costituzionale, nel secondo emendamento. Hai visto mai che Carlo e Camilla inizino a dettare legge a casa di qualche panzone del Minnesota o che gli apaches suonino la carica alla Grand Central Station di New York City.

Come spesso capita, da un diritto assicurabile come quello della legittima difesa, negli Stati Uniti si è rapidamente passati alla pericolosa, forse irreversibile, deriva della giustizia privata.

Sei depresso perché tua moglie ti ha cornificato? Sparatoria al bowling.

Sei frustrato perché in quanto nerd rimorchi difficilmente? Sparatoria al cinema durante il primo spettacolo di Batman.

Sei adirato perché hai subito un licenziamento ingiusto? Sparatoria prima a casa e poi, magari, al college.

Poco importa se, spesso, questi massacri si risolvano con un plateale suicidio dello squilibrato che li ha orditi.

Per i cittadini americani esiste una perenne minaccia legata alla facilità con la quale delle armi possano arrivare in mani sbagliate.

Las Vegas ne è l’ultimo esempio. L’ultimo di una lunga serie, magari meno truculenta, ma lunga.

Chi scrive consiglia una mezz’oretta su vari giornali del paese, dalla Pennsylvania all’Oregon passando dal Mississippi al Michigan, per scoprire che ogni anno, in America, si consumano sette otto Bataclan.

E tutto ciò, nella nazione che più di ogni altra si è battuta per tutelare e proteggere i diritti del mondo libero, è inaccettabile.

Si dice che ciò che succede a Las Vegas resta a Las Vegas. Non stavolta. Non per noi che, dopo Orlando, ci stringiamo, nuovamente, intorno a chi, eroicamente, muore compiendo l’atto più coraggioso che si possa fare in questo momento del nostro secolo: divertendosi.

Andrea Bonucci

(@AndreaBonucciUe)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...